All’inizio gli investitori, e i vertici aziendali, chiedevano rendiconti sui fattori ESG senza essere molto sicuri di cosa significassero o quale potesse essere considerato un buon risultato. Il calcolo delle emissioni di gas serra e gli Ambiti 1, 2 e 3 possono essere esempi di ciò che veniva richiesto. Ora investitori e di conseguenza i vertici si sono adattati al nuovo che avanza: stanno diventando più informati, affinando cosa debbano sapere e definendo quali siano le aspettative. Quindi chi opera nel settore all’interno dell’Azienda deve assicurarsi di essere pronto, di essere in grado di reperire e selezionare tutte le informazioni necessarie.
L’attenzione delle aziende più in alto nella catena del valore è da sempre incardinata sull’analisi dei fornitori: per abbassarne i prezzi e, in qualche misura, anche per quanto riguarda la parte etica. Le famigerate “black list” venivano aggiornate sulla base delle prestazioni e dell’ottemperanza agli impegni contrattuali o di legge. Gli anni in arrivo saranno quelli in cui si prenderà atto che ci sono ulteriori rischi di cui tener conto nella catena delle forniture. Negli anni a venire, contemporaneamente al passaggio dell’attenzione alla riduzione dalle emissioni di carbonio cosiddetto operativo, dato oramai per scontato, a quelle del carbonio cosiddetto incorporato in fase di costruzione, le aziende leader passeranno a richiedere la riduzione delle emissioni in casa dei fornitori, per poter abbassare la propria impronta complessiva.
Oltre alle emissioni, la componente sociale acquisirà peso non limitato alle sole politiche di genere. Nel mondo globalizzato, nei rapporti cliente-fornitore anche a latitudini non sospette si inizierà a sentir menzionare termini come "schiavitù moderna", "lavoro forzato", "tratta di esseri umani", "capitale umano", "concorrenza leale", "tracciabilità".
Le linee guida sono già disponibili: si può iniziare avendo come riferimento CSRD (Direttiva Europea sul reporting di sostenibilità delle imprese) ed ESRS (European Sustainability Reporting Standards). Se per i responsabili di settore tali direttive rappresentano ancora punti interrogativi in attesa di norme nazionali, è davvero il caso di correre subito ai ripari.
Non solo attenzione ai fornitori. Le emissioni dirette non sono un argomento che scivolerà in secondo piano. Oltretutto sarà tema sempre meno gestibile mediante soluzioni tattiche esterne. Già nel corso del 2023 il prezzo dei crediti per il carbon offset o compensazione nell’UE ha superato un record dopo l’altro. Quanto può arrivare a pesare sugli utili aziendali? Se non si persevera nelle azioni virtuose di riduzione diretta delle emissioni, i margini verranno rapidamente erosi.
Gli stress test climatici da parte delle banche sono solo agli inizi, ci si dovrà fare l’abitudine. Si tratta quindi di introdurre e implementare metodologie innovative e di lavorare con l'analisi di scenari, per avere una buona base e rivalutare i processi decisionali alla luce dei paradigmi ESG dispiegati nel loro pieno potenziale.
Non è finita qui. Chi pensa che tutto inizi e finisca col tema del clima, si troverà a dover cambiare idea molto rapidamente. Ci riferiamo al cambio di scenario introdotto dai rapporti d’impatto sulla biodiversità. Forse solo ora si inizia a comprendere quanto praticamente ogni attività dipenda dalla natura. A chi ancora creda che la biodiversità tocchi solo certe tipologie di attività molto invasive come le grandi infrastrutture o le estrazioni di risorse naturali, ricordiamo che secondo il WWF più della metà del PIL mondiale dipende in misura rilevante o elevata dalla natura e da servizi ecosistemici. Di fatto, dopo i documenti Taskforce on Climate related Financial Disclosure – TCFD – da usare come riferimento sul piano emissivo, sono arrivati quelli della Taskforce on Nature based Financial Disclosure – TNFD.